Canada.

 

Bosco attraversato da un fiume.

 

Sotto la superficie l’acqua era fredda, veloce, piena di ombre. Il giovane salmerino si lasciava portare dalla corrente con piccoli colpi secchi della coda. Non sapeva nulla del bosco. Non sapeva nulla del Canada, degli uomini, degli aeroplani, dei santi protettori dei piloti in emergenza. Sapeva mangiare. Sapeva nascondersi. Sapeva che la luce non era sempre una buona notizia. Aveva le macchie verticali dei giovani Brook Trout, fatte apposta per scomparire tra i riflessi e le pietre. Doveva infilarsi tra un’ombra e l’altra. Evitare il becco degli uccelli. Le zampe degli orsi. Le larve grosse, cattive, pronte a mordere. Evitare perfino i suoi parenti più grandi, perché in un fiume nessuno è davvero della tua famiglia quando ha fame.
Poi la corrente cambiò. Prima fu una spinta diversa sul ventre. Poi uno strattone. Il salmerino provò a girarsi, ma l’acqua aveva già deciso per lui. Attorno, altri corpi striati si ammassavano nella stessa direzione. Tutti presi dalla stessa forza. Tutti trascinati verso una luce bianca, larga, troppo viva. La luce cresceva. Il rumore cresceva. Il fiume diventò una cascata.

 

STACCO

 

Più in alto, lo smergo seguiva il corso dell’acqua.
Aveva la testa verde scura, il corpo bianco e nero, e un becco rosso, stretto, dentato, fatto per non perdonare il pesce. Non era un gabbiano bianco venuto al mondo per la purezza del volo. Non cercava la perfezione nell’aria. La sua perfezione era il becco. La fame gli teneva le ali dritte.
Davanti a lui, sopra gli abeti, saliva una nuvola di acqua polverizzata. Lo smergo la conosceva. Gli uomini avrebbero parlato di roccia spaccata, di dislivelli, di millenni, di un fiume che aveva trovato un punto debole nella crosta della terra. Lo smergo no. Per lui era più semplice. Cascata. Pesce.
Sotto la cascata, sempre pesce.

 

STACCO

 

Il salmerino entrò nella luce. Per un istante uscì dall’acqua, proiettato dal suo stesso slancio. Volò. Un volo breve, stupido, magnifico. Non ebbe tempo di capire che cosa fosse l’aria. Non ebbe tempo di averne paura. Sotto di lui il fiume cadeva. La roccia si apriva in una parete scura e bagnata. L’acqua precipitava, bianca, rumorosa, piena di schiuma. Il salmerino ricadde dentro il mondo a cui apparteneva, ma il mondo lo accolse a pugni. Bolle, sassi, corrente, luce spezzata. Il corpo gli girò due volte su sé stesso, poi tre. Per un attimo non ci fu sopra né sotto. Solo acqua che lo mordeva da ogni parte. Quando riprese la linea, il fiume era cambiato. Sotto la cascata si allargava in un piccolo lago, più quieto, più ingannevole. I salmerini scattavano verso le ombre dei massi, ancora storditi dal salto. Alcuni ci arrivavano. Altri no. Dalla superficie abbagliante scendevano forme nere. Un lampo rosso. Un becco. Uno strappo. Gli smerghi si posavano sull’acqua come se il lago fosse stato apparecchiato per loro. Il giovane salmerino cercò una pietra. Vide il buio buono sotto un masso. Vide la strada. Diede un colpo di coda. Troppo tardi. Il becco rosso lo prese di traverso.

 

STACCO

 

Lo smergo si alzò in volo con il pesce ancora vivo.
Il salmerino sussultava tra le mandibole dentate. Una cosa piccola, argentea, ostinata. Sotto, il fiume continuava a cadere come se nulla fosse accaduto. La foresta rimaneva immobile. Da lontano sarebbe sembrato tutto bellissimo. Lo era. Era anche senza pietà. Lo smergo raggiunse il ramo di un grande pino bianco proteso sul vuoto. Il pino cresceva sul bordo del dirupo, dentro un gruppo di alberi che un rivolo d’acqua stava isolando dal resto del bosco. Da decenni quel filo d’acqua lavorava piano. Entrava nelle fessure. Portava via terra. Allargava il taglio. Preparava il crollo con la pazienza delle cose che non hanno fretta.
Lo smergo non lo sapeva. Si posò sul ramo e strinse la corteccia con le zampe palmate. Il ramo oscillò appena. Sotto c’erano cinquanta metri di aria e rocce bagnate. Era un buon posto per mangiare. Lontano dagli orsi. Sopra il fiume. Con il bosco alle spalle e il cielo davanti. Non un posto sicuro. Nel bosco non esistono posti sicuri. Esistono posti utili per qualche minuto. Lo smergo batté il pesce contro il legno. Una volta. Due. Tre. Il salmerino si piegò, ma non smise subito di muoversi. Lo smergo alzò il becco verso il cielo e lasciò che la gravità facesse il resto. Il corpo viscido scivolò piano dentro la gola. Un ultimo riflesso d’argento sparì tra il rosso del becco e il bianco del petto. Il vento arrivò dal canyon. Il pino scricchiolò.

 

STACCO

 

Dall’altra parte del fiume il bosco scendeva dolcemente verso valle. Era un bellissimo tramonto. In una sorta di requiem alla vita e alla giornata che si stava spegnendo, nel crepuscolo il bosco cantava. L’Hermit Thrush teneva la nota malinconica, il White-throated Sparrow ripeteva il suo “Oh sweet Canada, Canada, Canada”, e più in là un Barred Owl domandava a nessuno: “Who cooks for you, who cooks for you all?”
Sono qui, dicevano. Ognuno a modo suo.

 

Sono vivo.
Questo è il mio spazio.
Questa è la mia fame.
Questa è la mia paura.

 

STACCO

 

Lo smergo sentì il pesce muoversi ancora nello stomaco.
Era una sensazione buona. Calda. La cena che non era ancora diventata carne. Poi il ramo cedette di un millimetro. Non fu un grande rumore. Solo uno scricchiolio breve, secco, quasi timoroso. Lo smergo girò la testa. Il vento passò tra gli aghi del pino. Un po’ di ghiaia scivolò nel vuoto. Poi silenzio. Solo la cascata più in basso. Il ramo si mosse di nuovo. Questa volta non era il ramo. Era tutto l’albero. Il pino iniziò a inclinarsi con la lentezza di una lancetta. Le radici tirarono la terra. La terra tirò altra terra. La piccola isola a forma di occhio, ritagliata per anni dal rivolo d’acqua, si aprì lungo la palpebra.
Lo smergo spalancò le ali. Partì. L’albero partì con lui, ma nella direzione opposta.

 

STACCO

 

Poi vennero gli altri. Un pino. Poi un secondo. Poi tre insieme. La linea del bosco si staccò dal bordo come un tessuto strappato. Radici, pietre, terra nera, tronchi. Tutto scese verso il fiume con un rombo basso, pieno, definitivo. Gli smerghi si levarono in massa dall’acqua e dagli alberi, battendo le ali sopra la frana. Per un attimo sembrò una celebrazione, una grande ola di pini che cadevano. Ma non c’era niente da celebrare. Era solo acqua che si faceva spazio. Acqua che da anni mangiava la roccia. Acqua che non sapeva nulla di colpa.

 

STACCO

 

La notte arrivò sopra la frana. Alla base della parete si erano accumulati pini, massi e terra. Il fiume non poteva più passare come prima. Spingeva. Cercava. Si infilava tra i tronchi. Gorgogliava sotto le radici. Ma intanto, a monte della cascata, l’acqua saliva. Piano. Senza intenzione. Senza disegno. Il piccolo lago si allungò nel buio, diventando una striscia piatta tra le rocce e gli alberi. I salmerini vi rimasero intrappolati a centinaia. Alcuni salivano in superficie per prendere gli insetti notturni. Si sentivano piccoli colpi secchi nell’acqua. Plop improvvisi. Cerchi che si aprivano nel riflesso delle stelle. Il bosco continuò a chiamare. Il fiume continuò a lavorare.

 

STACCO

 

Al mattino, dove prima c’erano rapide e pietre, c’era uno specchio d’acqua. Non bello. Non perfetto. Ma lungo abbastanza.
La frana aveva formato una diga naturale sotto la cascata. Il lago nuovo si stendeva tra i pini come una pista stretta, lucida, provvisoria. Ottocento metri forse. Dieci di larghezza nei punti buoni. Un metro e mezzo, due metri di fondo dove l’acqua prendeva colore. A guardarlo da sopra, con l’occhio giusto, si sarebbe potuto pensare a una superficie di ammaraggio per un idrovolante in emergenza. Ma non c’era nessuno, sopra. Non ancora.

 

STACCO

 

La prima ad arrivare fu l’orsa.
Uscì dal fitto dei mirtilli senza fretta, spingendo via i rami con il petto. Non c’era rabbia nei suoi movimenti. Solo proprietà. Il bosco era suo perché ci era nata, perché ci aveva partorito, perché ne conosceva l’odore bagnato, i passaggi tra le felci, i tronchi buoni per grattarsi la schiena, le rive dove il pesce risale e gli uomini lasciano talvolta il loro cattivo odore di ferro, benzina e sapone. Dietro di lei venivano due cuccioli. Troppo grandi per essere portati, troppo piccoli per capire quando la fame deve lasciar passare la prudenza. L’orsa annusò l’aria. Pesce. Uccelli. Legno fresco. Terra rotta. Si mosse verso l’acqua con un passo dondolante, pesante e silenzioso. I sassi bagnati scricchiolarono sotto le unghie. Gli smerghi se ne accorsero tardi. Stavano ancora banchettando nel lago nuovo, presi dalla festa dei salmerini intrappolati. L’orsa entrò nell’acqua. Sollevò una parete di spruzzi. Gli uccelli partirono tutti insieme, ali bianche e nere, becchi rossi, grida corte. Un castoro, già al lavoro su uno dei tronchi caduti, alzò la testa e rimase immobile. Vide l’orsa. Vide i cuccioli. Decise che non era il suo problema e tornò al legno.
L’orsa chiuse la bocca su uno smergo vecchio, lento, tradito dalle ali stanche. Le piume volarono leggere nel mattino. I cuccioli corsero verso di lei.

 

STACCO

 

Il Beaver arrivò da sud.
Giallo e rosso sopra i pini bianchi canadesi. Ali lucide, scarponi d’alluminio, parabrezza pieno di cielo.
Il De Havilland DHC-2 non era un aereo elegante nel modo in cui lo sono certi aerei disegnati per farsi desiderare. Era un attrezzo. Un buon attrezzo. Fatto per portare uomini, casse, cani, giornalisti, taniche, posta, provviste e, qualche volta, speranze sopra posti dove una strada sarebbe stata una bestemmia.
Ai comandi c’era Rufus “Rusty” MacFly. Alle sue spalle, sulla panchetta centrale, c’era Gus.
Gus era il sistema di prossimità al suolo del Beaver. Un Nova Scotia Duck Tolling Retriever color rame, serio, silenzioso, con il muso appoggiato al finestrino e l’aria di chi aveva già visto abbastanza piloti distrarsi nel momento sbagliato. Non sarebbe stato certificato da nessuna autorità aeronautica al mondo, ma in nove anni di volo non aveva mai sbagliato un allarme. Quando il Beaver ammarava, scivolava sul galleggiante e si buttava senza chiedere permesso. Di suo preferiva due cose: l’acqua fredda sotto gli scarponi e tutto ciò che aveva ali, piume e la pessima abitudine di volargli davanti al naso.
Accanto a Rusty c’era Janine Clostermann, fotoreporter di CanWild. Alta, secca, fatta apposta per far da cavalletto alle sue macchine fotografiche. Era salita a bordo a Tofino per un giro di controllo sulle foreste e sui corsi d’acqua della West Coast, prima di spingersi verso Robson Bight, la spiaggia di ciottoli dove le orche andavano a grattarsi.
Janine parlava e indicava un punto sulla carta. La radio, sintonizzata su Tuff City 90.1, mandava folk canadese tra un bollettino delle maree e un avviso per i pescatori.
Rusty alzò il pollice. Non aveva sentito una parola.

 

STACCO

 

Volare sopra quei boschi lo calmava.
Il verde sembrava fermo. Immenso. Paziente. Un mondo messo da parte per quando gli uomini avessero finito di rovinare l’altro. Rusty guardava giù e per un momento pensò che forse era quella la vera casa dell’uomo. Acqua fresca, terra calda, ombra degli alberi, frutti bassi da cogliere, fuoco alla sera, corpi vicini, nessun motore, nessun acciaio, nessuna radio, nessun ordine urlato in cuffia mentre qualcuno sanguina sul pavimento di una fortezza volante.

 

Il Beaver perse quota.

 

Gus alzò il muso. Rusty non se ne accorse. Pensava a un uomo scalzo in un prato tra i boschi. Una lancia con la punta di pietra in una mano. Nell’altra un laccio di pesci ancora gocciolanti. L’uomo avrebbe sentito un rombo nel cielo. Avrebbe alzato gli occhi. Avrebbe visto un grande essere volante scendere lungo la valle, rasente agli alberi, cercando uno specchio d’acqua cheta dove posarsi con garbo.

 

Il Beaver scese ancora.

 

Gus si alzò dalla panchetta. Fece un suono basso, quasi educato. Un raggio di sole entrò di taglio nell’abitacolo. Rusty allungò il braccio dietro il sedile e prese il suo cappellino portafortuna. C’era il suo nome scritto a larghe lettere bianche sotto la visiera, come ai vecchi tempi in Europa.
Quel cappellino lo aveva comprato anni prima in un aeroclub. Lo aveva riconosciuto subito. B-1 in twill di cotone. Modello americano della seconda guerra mondiale. Non un originale, ma con tutte le carte in regola: taglio in sezioni longitudinali, non a spicchi d’arancia; profilo basso; nessuno stupido bottone sulla sommità. E soprattutto una visiera lunga e larga, almeno un paio di centimetri in più rispetto ad un normale cappellino da baseball.
Un centimetro non sembra molto. Finché non ti serve.

 

«Scegli sempre il berretto con la visiera più grande», gli aveva detto una volta il Capitano Scott dell’Ottava. «Ogni centimetro in più è una seccatura in meno.»
Se lo calò sulla fronte.

 

La punta di un pino sfiorò lo scarpone sinistro.
Toc. Un colpo secco.

 

Gus abbaiò. Forte. Rusty tornò nel mondo.

 

STACCO

 

L’orsa alzò la testa. Conosceva quel rumore. Umani. Problemi. Mollò ciò che restava dello smergo e richiamò i cuccioli con un grugnito. Uno la seguì subito verso la parete franata. L’altro no. Aveva trovato un pesce tra i tronchi. Lo teneva in bocca con tutta la fierezza idiota dei piccoli carnivori quando credono di aver conquistato il mondo.
Il Beaver arrivava basso. Il rumore del radiale rimbalzava tra le rocce e la cascata. L’orsa iniziò a salire sulla catasta di tronchi e massi. Il primo cucciolo le stava dietro. Il secondo si arrampicava più in basso, con il pesce in bocca, scivolando sul legno bagnato. Rusty vide la cascata. Poi vide che la cascata non era più la stessa. Qualcosa era cambiato. Il paesaggio sembrava ingrandito, come se qualcuno avesse tirato uno zoom sul fiume durante la notte. Dove ricordava pietre e cespugli, c’era una lama d’acqua piatta. Non ebbe il tempo di pensarci.

 

L’orsa mise una zampa su un masso instabile.

 

Terra umida le finì sul naso. Si fermò. Grugnì. Starnutì. Perse la presa. Il masso si mosse. Prima piano. Poi no. Rotolò verso il primo cucciolo. L’orsa ruggì. Il cucciolo sparì dietro una pietra. Il masso rimbalzò sopra di lui con un boato e continuò più in basso. Un attimo dopo, la testa del cucciolo rispuntò. Vivo. Il masso invece aveva trovato la sua strada. Saltò una volta. Due. Ogni salto più alto. Ogni colpo più veloce. In fondo, il secondo cucciolo salì sull’estremità di un giovane pino caduto. Aveva ancora il pesce in bocca. Il masso colpì l’altra estremità. Il tronco fece il suo mestiere.

 

STACCO

 

Janine vide qualcosa salire dal bosco. Non capì cosa fosse. Fece l’unica cosa che sapeva fare quando il mondo smetteva di avere senso. Scattò.
Il primo oggetto colpì il parabrezza con un tonfo molle. Un salmerino. Bello grosso. Macchie Parr ancora visibili sul fianco. Rimase un secondo schiacciato contro il vetro, poi scivolò via lasciando acqua, muco e una striscia rossa. Gus dimenticò il suo incarico per la durata esatta di una leccata di baffi.
Poi arrivò il resto. Una massa scura. Pelosa. Troppo grande per essere un uccello. Troppo viva per essere una pietra. Il cucciolo d’orso colpì il muso del Beaver con un botto pieno, cattivo, definitivo. Il mondo diventò rosso. Il parabrezza si coprì di sangue, pelo, grasso, schegge. Qualcosa grande come una bistecca rimase impigliato al montante centrale e cominciò a sbattere nel vento. Nelle cuffie di Rusty la musica arrivò improvvisamente pulita. Troppo pulita. Non più sporca di vibrazione. Il motore taceva. Gran brutto segno.

 

STACCO

 

Calma.
Assetto.
Mani sul volantino.
Nocche bianche.
Non guardare il sangue.
Non guardare il pezzo di pelliccia che sbatte sul plexiglass.
Non guardare Janine.
Non dirle che state cercando un posto dove schiantarvi con garbo.

 

Rusty cercò il motore per istinto. La memoria gli buttò davanti parole lette anni prima, forse sull’adesivo rosso appiccicato sul montante sopra la testa, forse su un manuale unto di caffè e benzina.

 

Miscela.
Manetta.
Serbatoio.
Pompa.
Magneti.

 

Poi vide il vuoto dove avrebbe dovuto esserci l’elica.
«A cosa diavolo pensi. L’elica non c’è più, imbecille.»
Janine gli piantò le unghie nel braccio. Gus abbaiava come un forsennato. «Lo so, Gus. Lo so.» Il Beaver senza potenza voleva ammarare nel bosco. Non planava. Cadeva con una certa eleganza, come un ferro da stiro convinto di essere ancora un aeroplano. Le cime dei pini salivano. La foschia sfiorava gli scarponi. La parete di roccia chiudeva un lato. Il fiume correva sotto.
Il libro delle emergenze.

 

La radio.
Il sangue.
La donna.
Il cane.
Il sogno idiota del pescatore scalzo.

 

Tutto insieme.
Troppo. Rusty stava cercando di controllare tutto. E quando provi a controllare tutto, non controlli più niente.

 

STACCO

 

Abbassò appena il capo. La visiera profonda tagliò via mezzo mondo. Il cielo sparì. Le nuvole sparirono. Il sangue sul montante uscì dal centro della scena. Janine diventò una pressione sul braccio. Gus diventò un suono. Tra la visiera e il cruscotto rimase una finestra stretta, bassa, utile. In un angolo di quella finestra vide un spicchio d’argento. La lama piatta. All’andata non c’era. Per un secondo gli parve una grazia. Poi si diede dell’idiota. Era la frana. Il bosco. L’acqua era salita. La stessa cosa che aveva quasi ammazzato tutti stava offrendo l’unica via per non finirla lì.
C’era un orso sulla parete. Per un attimo i loro sguardi si incrociarono. Quello specchio non era grande. Non bello. Non perfetto. Ma raggiungibile. E in quel momento raggiungibile era una parola più bella di salvezza.

 

STACCO

 

Un pilota anziano gli aveva detto una volta che il controllo non nasce dalla quantità di cose che osservi. Nasce da quelle che decidi di ignorare. Rusty si disse che non era la prima volta. In guerra era stato mitragliere sulle fortezze. Un paio di volte aveva dato una mano a portarne giù una. Succedeva quando i piloti erano morti o coperti di sangue dalla testa ai piedi. Allora dovevi calarti sul muso il tuo B-1, ascoltare le istruzioni, guardare la strip davanti a te e lasciare fuori tutto il resto. La paura. Il sangue sulla cloche. Le camionette che correvano accanto alla pista, pronte a spegnere il fuoco o a raccogliere quello che restava. Adesso era uguale. Peggio. Meglio. Non importava. Smise di cercare di salvare il motore. Smise di pensare all’aeroplano. Smise perfino di pensare a sé stesso. Rimasero quattro cose.

 

Distanza.
Vento.
Velocità.
Assetto.

 

Nient’altro.
La paura continuò ad esserci. Ma rimase fuori dalla visiera.

 

STACCO

 

Il Beaver fece il mezzo giro di allineamento con gli ultimi metri di quota. Rusty pompò i flap a mano. Due. Tre. Quattro volte. Sentì l’aereo cambiare sotto di lui. Più lento. Più sporco. Più disposto a obbedire. Sotto, l’acqua nuova prendeva luce. Sessanta centimetri di pescaggio statico a pieno carico. Minimo un metro e mezzo di profondità, altrimenti lo scarpone tocca il fondo durante la frenata e l’aereo si ribalta. Quella parte la sapeva a memoria. L’aveva letta una volta sola e non l’aveva più dimenticata, come certe cose che il cervello chiude in una cassetta di ferro per quando serviranno davvero.
Guardò l’acqua. Il colore. Il modo in cui la luce ci entrava dentro. A occhio e croce, doveva esserci. Doveva.

 

STACCO

 

«I have control», mormorò.

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